SECONDA
PARTE
1
LA MINESTRA RISCALDATA
Eppure non può andaré a
finire così…
Facile a dirsi. Diciamo
che è (quasi) tutta colpa mia. Ho sbagliato i tempi.
Era cominciata che
sembrava il lieto fine di una lunga storia.
Con Linda ci sentivamo
ogni giorno via Skype. Che grande invenzione questa! Puoi riallacciare
relazioni anche dopo anni. Il problema è che sembrano reali invece, anche se ci
si vede, è tutto un altro mondo e dovevo capirlo a mie spese. Insomma, nelle
chiacchiere che si facevano io le dicevo che sentivo la mia vita un po’ vuota,
con le rogne del ristorante e dell’avvocato che mi aveva imbrogliato, ed io che
ora dovevo aspettare i lunghi tempi della giustizia del Caribe che sono
identici a quelli italiani ma che ai Tropici fanno più impressione. Insomma mi
annoiavo ad uscire di casa al mattino, correré fino alla palestra, fare la mia bella
ora di esercizi, poi correré al mare e nuotare fino a stancarmi, poi rimanere
al sole ad asciugare e finalmente tornare a casa a scrivere. Un físico scolpito
e abbronzato nella solitudine…
Anche lei annegava i
suoi ricordi nella solitudine. Veramente poi ho scoperto che li annegava nel vino, un paio di bottiglie al
giorno ma a quella distanza non si
sentiva l’alito. Insomma chiacchiere come tessere di un puzzle che piano piano
formavano la figura di una casa trasformata in B&B in Portogallo.
Ci arrivammo poco alla
volta, prima lei disse che aveva finito i soldi e doveva vendere l’ultima casa
di sua proprietà rimastale, la più bella, la più grande, ma che ora era inutile
perchè lei era sola, avrebbe potuto venderla, comprarne una più piccola e coi soldi
rimasti avrebbe tirato altri anni. Io le dicevo, ma no. Vendi e compra un’altra
casa ma grande, che con una discreta ristrutturazione, possa diventare un
B&B, anzi, perchè non ce ne andiamo in Portogallo, dieci anni senza tasse,
vita meno cara, turismo in ascesa, io ci metto i soldi del ristorante tu quelli
della casa, ma sai quanta roba si compra da quelle parti? Pure un agriturismo
con le mucche!! (le mucche sono il suo pallino, dato che le ha viste solo in
televisione, lei non ha la più pallida idea, della puzza, delle mosche, del
levarsi all’alba per mungerle e pulirle, dell’odore e del letame… insomma, si
chiacchierava.
L’avevo ritrovata in una rivista canadese dove in
una rubrica di cucina aveva postato (cielo, che orribile neologismo!) una sua ricetta.
Mi sorprese sapere che dopo il nostro divorzio lei fosse finita da quelle
parti, ma la ricetta era italiana, il tono sommesso ed educato era il suo… la
curiosità mi spinse a prendere contatto con il nostro avvocato (veramente era
la mia avvocata, che avevo pagato io ma che nel divorzio aveva usato un
sotterfugio per rappresentarla e togliermi tutte le proprietà, ma questo è un
altro racconto)
e in Inghilterra si sa, tutto è privacy ma niente
è segreto, e finalmente dopo vari tentativi ricevetti una sua mail nella mia
posta elettronica, dove mi diceva che per la morte del padre era tornata in
Inghilterra, che stava bene, che viveva da sola e come dicono i marinai, alla
via così…
Sembrava tutto dimenticato, da parte mia non di
certo, ma diciamo che sembrava tutto
tanto lontano da essere stato buttato dietro le spalle mentre rimaneva la
fiducia recíproca, la complicità, il ricordo di un grande amore, così, quando
mi ha detto, ma cosa fai lì, vieni qui che questa è sempre casa tua, io che mi
credevo che quello fosse l’happy end, ci ho creduto, ed ora mi trovo in questa
situazione che mi porterà al suicidio.
Perchè, diciamocela tutta, io non ho nessuna
voglia di togliermi la vita, innanzi tutto perchè da individuo sano e nel pieno
delle forze, temo il dolore físico, soprattutto perchè lo conosco benissimo e
non vorrei per nulla riprovarlo. Eppoi mi sento nel pieno delle mie energie
vitali, mentali e fisiche, perchè dovrei togliermi la vita e rinunciare alla
belleza di questa città finalmente ritrovata, al profumo del lago, al
cinquettio degli uccellini sopra la Teresa Rimoldi, via deliziosa che percorro
ogni mattina per raggiungere la città murata, al colore del cielo “che è bello
quando è bello” (non lo dico io, lo ha scritto il Manzoni) ? Eppure camino a
testa alta cercando i palazzi più alti con terrazze accessibili, perchè mi sono
messo in testa che forse il modo più rápido per togliersi la vita è buttarsi
giù da almeno il sesto piano. Un colpo e via, zac. Ma sai che nostalgia?
Proprio oggi, che nell’aria c’è il profumo delle siepi tagliate di fresco, le
grida dei bambini che col primo caldo sono scesi a giocare all’aperto, c’è
piazza Volta tutta fiorita!
Ed io mi butto
da un balcone? Dio, quanto spreco…
2.
IL VENTO DI MACONDO
Che tristezza,
il mio ritorno a Camerlata il paese da dove sono partito una cinquantina d’anni
fa...
Ironia della
sorte, il dormitorio dove mi hanno
accettato è proprio di fronte alla casa dove abitavo da ragazzo.
Sembrano le pagine finali di Cento Anni
di Solitudine, dove soffia il vento e cancella l’esistenza di Macondo..
Se la città di
Como è rimasta bella, medievale e freddamente distaccata, Camerlata che
rappresenta la periferia è la fotografia di un fallimento sociale. Mura
scrostate e negozi chiusi con cartelli SI VENDE sono il segno dell’abbandono di
un’intera generazione. Al mattino qui all’ombra, vecchi straparlano di
argomenti futili mentre nell’altra metà
della piazza giovani neri si scaldano le ossa col primo sole, muti con gli
occhi sul dislpay del cellulare...
Qui c’era la
FISAC una fabbrica tessile che dava da mangiare a un migliaio di famiglie. Oggi
è stata spianata e sopra le macerie è sorta la cattedrale del XXI secolo, il
Supermarket, Ipermaket, il Megamarket che invece di dare soldi alla gente
glieli spilla, e dentro un popolo di
zombi che non parla, non interfaccia, non si relaziona, vaga come in stato ipnotico
in un non-luogo alla ricerca del prezzo migliore...
Probabilmente lo
spostamento dell’ospedale e la sparizione della FISAC hanno contribuito a trasformare
un luogo che ricordavo pieno di vita, in un luogo abbandonato dai giovani, con
i marciapiedi dismessi, le mura scrostate e sporche, la fila di negozi
abbandonati e in vendita, persino l’ufficio postale se n’è andato...
Eh sì, sembra
proprio il vento di Macondo...
Per questa ragione ogni mattina se non piove mi alzo e cammino giù verso
la città che mi piace tantissimo, al punto che durante le mie solitudini
africane, nei pochi momenti di nostalgia che mi prendevano, sognavo la città
medievale e le sponde del lago. Città adorata, che non mi ha amato quando ero
adolescente, nemmeno quando tornai ricco sfondato, e neppure ora che sono qui,
povero in canna. Amore non corrisposto, si direbbe, ma va bene così, io l’adoro
e questo mi basta. Scendo dalla Teresa Rimoldi e le prime bellezze che incontro
sono la chiesa di San Carpoforo e quella di Sant’Abbondio, le due antiche
parrocchie se si contendono il primato. Ma chi è stata la prima chiesa eretta
conta poco, quello che conta è il confronto di bellezza e su questo piano non c’è
storia. Sarebbe come volre paragonare la Santanchè con la Bellucci, San
Carpoforo tutta rifatta, con segni di una antica bellezza, contro Sant’Abbondio
fulgida nella sua unicità: cinque navate, due campanili e tutta costruita con
pietre di Moltrasio squadrate chiare, precise bellissime...
Ma non sono queste le famose bellezze di Como che sono tre, la rana, la
fontana e le tette della Besana. Se trovo il tempo ne parlerò in seguito.
Me ne stavo in silenzio una mattina (tutte le mattine
bisognava che stessi in silenzio fino alle 14,00 perchè Linda non sopportava
sentire la mia voce “urtante, da bambino” diceva...) all’improvviso appare al
mio fianco la sorella che era entrata usando la sua chiave e spaventandomi.
-Mioddio! Cosa ci fai qui? – chiedo
-Devi andare via di qui
-IO? E perchè?
- Per causa tua mia sorella si ubriaca...
-E dov’è adesso?
-A letto...
Che sorpresa. Non ha mai sopportato la mia voce al
mattino e si è sempre chiusa nel suo studio per rispondere alle mail. Credevo
fosse là...
Un’altra calunnia, un’altra umiliazione. Perchè non è
vero che beve per colpa mia. Beve fino alla soglia dell’incoscienza perchè
probabilmente le quantità industriali di liquidi che trangugia fanno di lei
un’alcolizzata ed io non c’entro nulla.
Al mattino non ricorda cos’ha detto la sera, ma non
ricorda nemmeno cos’abbiamo concordato tre giorni fa, e ha anche ampi
vuoti di memoria sulle cose passate. L’aborto,
per esempio. Mi obbligò a lasciare il lavoro per portarla in Inghilterra ad
abortire perchè non voleva un figlio da me. Sai, quando la tua donna dice che
non vuole un figlio tuo, ci vuole un grande amore, un amore grandissimo per non
mollare tutto, e partimmo. Adesso dice che le cose non andarono così ma io
ricordo l’infermiera gentilissima che mi riempì le mani di preservativi
colorati, come dire gentilmente, guarda stronzo che se non prendi precauzioni
poi è la donna che soffre. Ma lei ha dimenticato tutto. Ha pure dimenticato la
notte in quell’albergo africano in cui la sorpresi a fare la troia con un macellaio
irlandese, con le unghie nere, il riporto, che per tutta la serata le aveva
cantato canzoni da ubriachi..
Sai, che se te lo raccontano certamente è una sofferenza,
e ne so qualcosa; ma se li vedi… Cristo, se li vedi potresti ucciderli, ma
lei dice che non ricorda. Insomma, io
che ho vagato per un paio d’anni nel
deserto perchè non avevo mai penasto a cosa potesse essere la mia vita
senza lei, che ogni será al tramontare del sole mi veniva un groppo qui con la
voglia di piangere, e le volte che ho pianto… tutto questo sarebbe il frutto della
mia fantasia e non sarebbe realtà il fatto che il mattino dopo scomparvero
tutti e due per andaré in un altro albergo fino al giorno della partenza dell’aereo
che li avrebbe riportati in Europa? Fantasia mia il viaggio che fece più tardi
in Irlanda per raggiungerlo? Non sarà che questa pseudo demenza dovuto all’alcolismo sia pure un
ottimo espediente per rattoppare la memoria praticando comodi buchi da
sostituire con toppe di vuoti di memoria?
Ah, saperlo!
Macbeth:
Tomorrow, and
tomorrow, and tomorrow,
Creeps in this petty
pace from day to day,
To the last syllable
of recorded time;
And all our
yesterdays have lighted fools
The way to dusty
death. Out, out, brief candle!
Life's but a walking shadow,
a poor player,
That struts and frets
his hour upon the stage,
And then is heard no
more. It is a tale
Told by an idiot,
full of sound and fury,
Signifying nothing....
Domani e poi domani e poi domani
il tempo striscia, un giorno
dopo l’altro,
a passetti, fino all’estrema sillaba
del discorso assegnato e i nostri ieri
saran tutti serviti...
a passetti, fino all’estrema sillaba
del discorso assegnato e i nostri ieri
saran tutti serviti...
Maledetto Antoni Domingo Perez Carnacion, lo pseudo
avvocato che mi ha guidato per districarmi da una manciata di truffatori
italiani che mi avevano tolto il mio ristorante. Usandomi in una serie di
piccoli espedientucci si è infilato in mezzo per togliermi illegalmente la
proprietà. Che stupido sono stato a pensare che sarei riuscito a fare una cosa
contro la legge, io che ho vissuto una vita tra le regole e sono quindi un
dilettante, ingannevole per giunta..
Maledetto Domingo, in un altro paese sarebbe in galera
anche per istigazione al suicidio, che il sangue della mia morte ricada sulla
testa dei tuoi figli. Sulla tua no, perchè tu devi rimanere integro a guardare
e piangere fino a che gli occhi ti si seccano e lacrime non ne hai più...
Tutta la cosa era partita male. Ero capitato nel
residence aperto da un truffatore che era scappato con la cassa di un’assicurazione
di Treviso e mi aveva fatto credere che io non potessi avere la licenza per
aprire il mio ristorante a meno che non fcessi una società con i suoi parenti e
amici. Un Fiscal molto
accondiscentente non aveva rilevato termini di una truffa e un giudice troppo
tenero (capiscimi ammè) aveva dato loro ragione in prima istanza e per arrivare
ad una sentenza della Corte Suprema (che aveva fama di essere corruttibile) ci
volevano altri sei anni e i soldi erano finiti. La soluzione era una finta
vendita per cacciarli fuori di lì, poi che facessero causa loro, mentre dentro
la proprietà ci stavo io. Il discorso non faceva una grinza, fu l’esecuzione
che si rivelò un disastro...
Quello che diceva di aver comprato il ristorante si
rivolse al giudice per sfrattare quelli che stavano dentro mentre io richiesi
indietro tutti i tavoli le macchine e l’arredamento perchè risultavano essere
miei. Qui commisi il primo errore perchè su consiglio dell’avvocato amico, mi
tenni nascosto per non sollevare sospetti sull’operazione.
-Quanto tempo devo rimanere fuori dal mio ristorante?
- Almeno un paio di settimane.
Mio figlio si trovava
a Santo Domingo per le vacanze e mi suggerì di andaré ad abiitare da sua zia,
un posto sperduto, senza collegamenti, in una stanza senza luce, senza acqua,
senza gas, senza televisione ed internet.
Non te la sto a far lunga: in quella stanza trascorsi
sette mesi!! Peggio che in galera. Nel
frattempo questo Domingo Perez, che Dio lo castri, fece tutti i suoi maneggi.
Intanto con la complicità dell’acuasil un misto tra il messo comunale e
l’ufficiale giudiziario, si vendette parte delle attrezzature e arredamento che
non erano miei e venimmo tutti accusati di furto e truffa (il dossier che presentò
l’avvocato di parte era composto di ben 333 pagine!! Roba da ergastolo!)
Ci presentammo per dire le nostre ragioni ma venimmo
deferiti alla corte penale ma in prima udienza gli avvocati concordarono sul
fatto che l’acuasil gode di pubblica
fede, cioè quello che dice lui non si può contraddire a meno che al momento del
sequestro dei beni quelli si fossero fermati
per scrivere un elenco della roba che la
forza pubblica si portava via, cosa che non fecero perchè essendo ricercati in Patria,
quando videro le guardie ármate se la diedero a gambe come i delinquenti che
erano.
Bene, il primo round è nostro, e qui scatta la malafede
dell’avvocato che un paio di settimane prima della seconda udienza mi telefona
e mi fa:
-Mi ha chiamato il loro avvocato, si ritirano dalla
causa, quindi non c’è bisogno di andaré
all’udienza che è sospesa. Io, credulone non mi presento e il giudice che
riscontra la presenza degli altri, li assolve tutti ma io vengo accusato di
oltraggio alla corte, rebeldía, la
chiamano e questo vuol dire che qualsiasi poliziotto ti trovi per strada, ti
mette in prigione fino al mattino dopo quando ti porta forzatamente davanti al
giudice.
Io non ne sapevo nulla, perchè non uscivo di casa, andavo
solo a casa dell’avvocato, poi cominciai ad alzare la voce finchè mi minacciò
con la sua calibro nove, poi venni aggredito, mi fecero passare qualche momento
di paura, cinque punti nella testa… finchè Linda mi disse, cosa fai lì, molla
tutto, questa è sempre casa tua, vieni qui che vediamo… insomma, questa parte
la sai.
Qualunque ricerca fai sulla storia di Como, escluso il
Monti (Maurizio) e Paolo Giovio che ne scrissero con discernimento, va sempre a
finire che le voci si confondono e non sai più se si tratti di indiscrezione o
pettegolezzo. Prendi le tre meraviglie: la rana, la fontana, la Besana (una
sola parte anatómica di essa) dov’è la storia e dove si è tramutata in
leggenda? Ah, saperlo!
La rana che si trova scolpita nel portale sinistro del
duomo, fa parte di una formula alchemica scolpita nella roccia come dice il
Fulcanelli a cui qualcuno ha amputato la testa per dire che è sbagliata e
quindi non va aggiunto il distillato di sperma di Paracelsus, oppure venne
decapitata dai milanesi perchè videro in essa il culto pagano della Dea Madre?
E la fontana, è la famosa
draghina, creatura metallica che sopravvive a tutti i cambiamenti della piazza
oppure è quella dagli spruzzi colorati di Villa Geno?
Non sarà invece che quella
legenda della fontana regalata al Bronxs da Rockfeller abbia una porzione di
verità?
Nel 1872, un anno dopo la definitiva trasformazione del porto di Como
nel "salotto buono" della città, l'imponente fontana era stata
regalata alla città da conte Sebastiano Mondolfo, triestino d'origine e
milanese d'adozione famoso ai più per aver realizzato la prima linea
ferroviaria italiana (la Milano - Monza). Alta poco meno di dieci metri, era
decorata con una profusione di najadi, tritoni, cavallucci marini e, sulla
sommità, un grande cigno. Ma vent'anni dopo, a causa dei costi di gestione e
manutenzione, fu smontata e dimenticata in un magazzino comunale. Finché il
miliardario William Rockefeller decide di acquistarla e portarla a New York. Da
allora, a ondate, a Como si riaccende il dibattito su come riempire la piazza
vuoto. Ma a più di un secolo di distanza non si è ancora trovata una soluzione.
(La Provincia)
Se entri in duomo dalla porta
dei turista (che poi sarebbe quella della rana) subito ti troverai davanti a
tre arazzi pregiatissimi il più importante dei quali, il più nítido, forse il
meglio restaurato è quello che rappresenta la proclamazione di Gariberto De
Besana a vescovo di Milano. Nel 1100, abbandonò il castello che aveva eretto nel
punto più alto della città di Besana che andò in rovina, qualcuno dice,
depredato dal popolo. Ebbene, davanti al vescovo nell’arazzo è raffigurata una
bella donna dal seno prosperoso a braccia larghe, forse per chiedere qualcosa.
Sarà questa la Besana oppure è la moglie popputa del custode del tempio
voltiano, che essendo un po’ irrequieta fece molto scalpore anche per aver posato per la pubblicità
del panettone?
Ah, saperlo!
Hannover è una città
bellissima e moderna, forse troppo per il mio carattere ormai irreparabilmente
sudamericano. Ci sono arrivato nel mezzo del freddo di Gennaio per raggiungere
mio figlio Carlo dopo che Linda mi aveva praticamente buttato fuori di casa.
Ero tagliato fuori dal mondo senza Facebook che mi aveva sospeso per un eccesso
di post mandati in giro per chiedere aiuto agli “amici”. Avevo bisogno di tempo
e l’ho chiamato dicendogli che sarei rimasto da lui qualche giorno per
salutarlo prima di ripartire. Dice sì, che bello, vieni a casa che dormiamo
insieme in camera mia. Arrivo all’aeroporto e c’è lui, bello come il Sole che
però mi dice, sai papà, il compagno
della mamma non ti vuole in casa… ma tu non gli avevi detto niente?
Sempre così il mio Carlo, evanescente, inaffidabile, alcune volte bugiardo ma adorabile!
Insomma sono rimasto alloggiato in un posto orrendo e quando lavorava andavo in
giro da solo e tutta questa tecnología spalmata su una città avveniristica mi
ha fatto venire in mente Metropolis di Friz Lang. Entravi in banca e c’erano
una ventina di persone che smanettavano con macchinette per mettere o levare
soldi, agli sportelli una o due persone. Il bar della mattina era una specie di
salone con le macchine del caffè su di un lato dove ognuno si faceva la miscela
preferita, poi passava davanti ad un enorme espositore che si prendeva tutta
una parete e sceglieva la brioche di suo gradimento prima di passare alla cassa.
Tutto senza una parola, senza intereagire con il prossimo, senza uno sguardo,
un’espressione, un saluto… Metropolis. Se questo è quello che ci attende…
Gentili signori,
Sono un
giovane autore esordiente
ho messo
on line una ventina di romanzi
ho
registrato 250.000 letture gratuite
ho
riceuto sul mio profilo FB 200.000 like documentati
e tante,
tante manifestzioni di incoraggiamento.
Ora,
poichè ho scritto una cosa nuova
ed ho
compiuto 74 anni
vorrei
sollecitarvi a leggere il mio manoscritto
perchè
questo giovane autore esordiente
tra un
poco vi lascia
rimanendo
inedito
e poi
chissenefrega di essere pubblicato postumo?
(non so
se mi piego)
Vi allego
il mio lavoro.
Grazie
per l'attenzione.
Aldo
Vincent
In questi anni ho
scritto molti libri, 3 sulle teorie del McLuhan, 6 sociologia delle folle 8 sui
miei viaggi, e altre sciocchezze. Li trovate qui: https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=aldo+vincent
Poi c’è l’Alfredo…
Esiste tutta una letteratura
per descrivere quegli esseri insignificanti che si inseriscono nel gruppo senza
alcun valore, senza un perchè. Rimangono lì e basta. Ma per fortuna che c’è il
Riccardo, che da solo gioca al bigliardo… e nei romanzi degli anni sessanta,
nei film, nelle rapprentazioni teatrali c’è sempre l’inetto, l’insignificante…
noi avevamo l’Alfredo.
Passavamo notti intere seduti
per strada a raccontarci cose ridicole, lui ogni tanto si inseriva con qualche
freddura che non faceva ridere…
Andavamo tutti a ballare, si
facevano pure le gare, lui ci seguiva e a furia di tampinare qualche sfigata
come lui, finiva in mezzo alla pista ad accennare qualche mediocre passo di
danza. C’era da fare a botte, lui stava dietro, giocavamo a bigliardo per
soldi, lui segnava i punti sottolineando i tiri migliori con frasi fatte, rifatte,
riciclate, risentite, sempre quelle. Tu ti chiederai, ma se era così stonato
perchè lo tenevate nella compagnia? La risposta non c’è in natura. Lui stava lì
senza un perchè ma non era dannoso.
Eravamo in tanti, eravamo
arrabbiati e molto, ma non conoscevamo contro chi e nemmeno il perchè, questo
lo avrebbero verbalizzato quelli che si sarebbero incazzati dopo di noi. Noi
mettevamo i jeans appena arrivati dall’America, ci chiamavano Teddy Boys e
forse eravamo incazzati per quello. Capitava di notte che qualcuno più
aggressivo di altri, si fermasse con l’auto (erano più grandi di noi quattordicenni) e ci
insultassero tentando di aggredisci, e noi scappavamo come galline gridando i
nostri insulti. Fino a che un giorno, a Bellagio, in una vecchia balera
abbandonata dove stavamo provando passi di danza insieme con Rolando, un
panettiere di Cermenate campione di Rock a Nova Milanese, si fermò uno in vespa
e cominciò ad insultarci in modo aggressivo. Noi tutti ammutoliti finchè
Rolando, che era molto più vecchio di noi e che veniva da un paese famoso per le risse, ci disse: - Gente, lui è grosso, ma voi siete in
otto. Perchè non lo pestate?
Fu la formula magica che
cambiò la nostra vita: se eravamo in otto i prepotenti eravamo noi. Che
scoperta!
Furono anni ruggenti e
credevamo di aver capito tutto, fino a una notte su alla Capannina, un night
porcellino in mezzo ai boschi di Breccia. Le ballerine si esibivano, noi
facevamo casino e un terroncello smunto si lamentò. Gli rispose Ercolino, ma
forse si chiamava in un altro modo. Si era aggregato a noi col suo amico panettiere
di Cermenate e quando c’era da attaccar
lite andava avantu lui (Alfredo, sempre defilato, beveva a parte per non pagare
il conto salato). Ercolino disse, ehi terun, se non ti va la cosa puoi pure andaré
fuori e lo smunto rispose col suo accento napoletano, ma esci tu. Pronti! Fece
l’Ercolino ma aggiunse, ti aspetto fuori. Evvai! Un’altra rissa con questi quattro
sfigati. Uscirono prima i tre compari, poi uscimmo noi ed Ercolino rimase di fronte
alla porta con le mani sui fianchi aspettando il malcapitato che dopo un poco
uscì, guardò per terra e spense la sigaretta con la punta della scarpa di vernice.
-E allora? – chiese con un
sorriso beffardo l’Ercolino
-E allora, questo! – rispose il
terronciello estraendo la berta e
tirandogli due colpi al petto. Poi con la pistola spianata salì sull’auto dei
complici che ripartirono a luci spente.
Era finito un periodo, lo
dissi il sabato successivo, quando ci ritrovmmo per andare a ballare e qualcuno
mostrò sotto la maglietta la pistola cromata.
-No, ragazzi, così non va. Io
non vengo – e li persi di vista.
Anni dopo, mi ero trasferito a
Milano, facevo il fotografo e con Linda tentavamo di vivere insieme tra pochi
soldi e tanti problemi. Abitavamo in un buco poco più grande di una roulotte ma
eravamo così felici!
Suona il telefono, ciao Aldo
come stai, è l’Alfredo. Bene grazie, come avrà avuto il mio telefono questo, e
tu? Sai ho un problema (e ti pareva) ed ho pensato subito a te (ma guarda ) che
sei l’unico amico che mi è rimasto (ma guarda un po’) in nome della nostra
antica amicizia… (Beh, antica, poi)
-Insomma, Alfredo, cosa vuoi?
-Devo parlarti, è questione di
vita o di morte, vengo da te domattina dammi l’indirizzo
Questo è il momento delle
decisioni da prendere velocemente. Vaffanculo e appendi. E invece no, gli dò l’indirizzo
e si raccomanda: arriverà presto. Ti aspetto. Arriva alle sette con una tizia
mai vista che mi dice essere la sua fidanzata. Cristo, dev’essere una cosa
molto grave, dimmi:
-Ecco, io e Tiziana (non ricordo
il nome forse si chiamava proprio così) ci sposiamo tra tre mesi…
-Auguri! Ma che bella notizia!
Ma me la potevi pure dire al teléfono…
-Non scherzare, è una cosa
seria. Insomma, ha avuto un ritardo, è andata a fare le analisi ed abbiamo
scoperto che è incinta.
-Bene, e allora?
-Allora non possiamo sposarci
tra tre mesi con lei incinta di cinque mesi o forse sei, sai, si vedrebbe la
pancia…
-Sposatevi prima
-Sempre voglia di scherzare,
tu. Cosa diciamo in casa?
-Dite che è incinta!
-Ma dai, sai lo scandalo, poi
quelli di Camerlata che chiacchierano. Non si può fare
-E allora?
-Ho deciso per l’aborto.
Stamattina abbiamo l’appuntamento e andiamo ad abortire
Ma davvero?
-Certo, non abbiamo
alternative
-Ma cosa dici? Ma ti rendi
conto di cosa state facendo? E inútilmente, perchè il bimbo nascerebbe che voi
siete già sposati, avrebbe il tuo cognome, la tua ragazza verrebbe ricoverata come
signora Airoldi, il tuo cognome, perchè affrontare tanta sofferenza, e il
trauma per lei. Ti rendi conto?
- Mi rendo conto, ma vogliamo
fare le cose in regola…
-E l’aborto ti sembra in
regola? Ma sentiamo cosa dice la tua fidanzata
Ma lei piangeva a testa bassa
e non ci fu verso di farle esprimere un pensiero, una sillaba.
-Va bene, facciamola finita.
Cosa dovrei fare?
-Poco, in verità. Abbiamo
appuntamento alle nove, diciamo che verso le dieci abbiamo bisogno di un posto
dove lei possa riposare e se non succede nulla, salvo complicazioni, noi
torniamo a Camerlata prima di será…
-E questo lo chiami poco? Mi
sembra complicità in un aborto, roba da galera, se permetti
-Non te l’avrei chiesto se non
fosse in nome della nostra antica amicizia
La nostra antica amicizia! La mia
antica amicizia con l’Alfredo. Roba da matti:
-E va bene. Io e Linda non
ci saremo. La chiave è sotto il
tappetino davanti alla porta, entrate fate quello che dovete fare, e quando
uscite rimettete la chiave sotto lo zerbino. Intesi?
Ci lasciammo senza sorrisi,
lui imbarazzato, io disgustato.
Rientrammo la sera e trovammo
i segni che erano stati lì, lui si era fatto un panino prendendo dal frigorífero,
lei forse un tè al limone.
E non sentimmo mai più parlare
di loro.
Il sindaco di Como ha proibito
l’accattonaggio in città ma non ha proibito la musica per strada. Succede
quindi in giornate di sole come queste, che tu attraversi la città foderata di música.
Oggi per esempio in riva al lago c’erano le celebrazioni del 25 aprile con
tanto di fanfara, ma un poco più in là alcuni discendenti degli Intillimani
soffiavano nei loro flauti ed appena finiva l’eco della loro musica iniziavano
canzoni della resistenza. In Piazza Cavour c’erano un paio di virtuosi che
riproponevano le canzoni dei Beatles e prima del Duomo un ragazzo suonava da
solo the Wall dei Pink Floyd. Camminavi un poco e all’inizio di via Vittorio
Emanuele una ragazza si esibiva con voce e chitarra basso, mentre più avanti
una figliola col piano elettrico eseguiva Mozart. In cima alla via, un giovane picchiava su un’arpa Birmana e
arrivavi fino all’abside di San Fedele avvolto nelle sue note…
Quanto è bella questa città, e
quanto la amo, non riamato!
Se vuoi leggere la storia dall'inizio
devi andare qui:
http://vincentultimo.blogspot.it/2018/04/ultimo-viaggio-prima-parte.html










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