venerdì 20 aprile 2018

SECONDA PARTE 1


SECONDA PARTE

1

LA  MINESTRA RISCALDATA


Eppure non può andaré a finire così…
Facile a dirsi. Diciamo che è (quasi) tutta colpa mia. Ho sbagliato i tempi.
Era cominciata che sembrava il lieto fine di una lunga storia.
Con Linda ci sentivamo ogni giorno via Skype. Che grande invenzione questa! Puoi riallacciare relazioni anche dopo anni. Il problema è che sembrano reali invece, anche se ci si vede, è tutto un altro mondo e dovevo capirlo a mie spese. Insomma, nelle chiacchiere che si facevano io le dicevo che sentivo la mia vita un po’ vuota, con le rogne del ristorante e dell’avvocato che mi aveva imbrogliato, ed io che ora dovevo aspettare i lunghi tempi della giustizia del Caribe che sono identici a quelli italiani ma che ai Tropici fanno più impressione. Insomma mi annoiavo ad uscire di casa al mattino, correré fino alla palestra, fare la mia bella ora di esercizi, poi correré al mare e nuotare fino a stancarmi, poi rimanere al sole ad asciugare e finalmente tornare a casa a scrivere. Un físico scolpito e abbronzato nella solitudine…
Anche lei annegava i suoi ricordi nella solitudine. Veramente poi ho scoperto che li  annegava nel vino, un paio di bottiglie al giorno  ma a quella distanza non si sentiva l’alito. Insomma chiacchiere come tessere di un puzzle che piano piano formavano la figura di una casa trasformata in B&B in Portogallo.


Ci arrivammo poco alla volta, prima lei disse che aveva finito i soldi e doveva vendere l’ultima casa di sua proprietà rimastale, la più bella, la più grande, ma che ora era inutile perchè lei era sola, avrebbe potuto venderla, comprarne una più piccola e coi soldi rimasti avrebbe tirato altri anni. Io le dicevo, ma no. Vendi e compra un’altra casa ma grande, che con una discreta ristrutturazione, possa diventare un B&B, anzi, perchè non ce ne andiamo in Portogallo, dieci anni senza tasse, vita meno cara, turismo in ascesa, io ci metto i soldi del ristorante tu quelli della casa, ma sai quanta roba si compra da quelle parti? Pure un agriturismo con le mucche!! (le mucche sono il suo pallino, dato che le ha viste solo in televisione, lei non ha la più pallida idea, della puzza, delle mosche, del levarsi all’alba per mungerle e pulirle, dell’odore e del letame… insomma, si chiacchierava.

L’avevo ritrovata in una rivista canadese dove in una rubrica di cucina aveva postato (cielo, che orribile neologismo!) una sua ricetta. Mi sorprese sapere che dopo il nostro divorzio lei fosse finita da quelle parti, ma la ricetta era italiana, il tono sommesso ed educato era il suo… la curiosità mi spinse a prendere contatto con il nostro avvocato (veramente era la mia avvocata, che avevo pagato io ma che nel divorzio aveva usato un sotterfugio per rappresentarla e togliermi tutte le proprietà, ma questo è un altro racconto)
e in Inghilterra si sa, tutto è privacy ma niente è segreto, e finalmente dopo vari tentativi ricevetti una sua mail nella mia posta elettronica, dove mi diceva che per la morte del padre era tornata in Inghilterra, che stava bene, che viveva da sola e come dicono i marinai, alla via così…

Sembrava tutto dimenticato, da parte mia non di certo, ma diciamo  che sembrava tutto tanto lontano da essere stato buttato dietro le spalle mentre rimaneva la fiducia recíproca, la complicità, il ricordo di un grande amore, così, quando mi ha detto, ma cosa fai lì, vieni qui che questa è sempre casa tua, io che mi credevo che quello fosse l’happy end, ci ho creduto, ed ora mi trovo in questa situazione che mi porterà al suicidio.

Perchè, diciamocela tutta, io non ho nessuna voglia di togliermi la vita, innanzi tutto perchè da individuo sano e nel pieno delle forze, temo il dolore físico, soprattutto perchè lo conosco benissimo e non vorrei per nulla riprovarlo. Eppoi mi sento nel pieno delle mie energie vitali, mentali e fisiche, perchè dovrei togliermi la vita e rinunciare alla belleza di questa città finalmente ritrovata, al profumo del lago, al cinquettio degli uccellini sopra la Teresa Rimoldi, via deliziosa che percorro ogni mattina per raggiungere la città murata, al colore del cielo “che è bello quando è bello” (non lo dico io, lo ha scritto il Manzoni) ? Eppure camino a testa alta cercando i palazzi più alti con terrazze accessibili, perchè mi sono messo in testa che forse il modo più rápido per togliersi la vita è buttarsi giù da almeno il sesto piano. Un colpo e via, zac. Ma sai che nostalgia? Proprio oggi, che nell’aria c’è il profumo delle siepi tagliate di fresco, le grida dei bambini che col primo caldo sono scesi a giocare all’aperto, c’è piazza Volta tutta fiorita!
Ed io mi butto  da un balcone? Dio, quanto spreco…




2.

IL VENTO DI MACONDO

Che tristezza, il mio ritorno a Camerlata il paese da dove sono partito una cinquantina d’anni fa...
Ironia della sorte, il dormitorio dove mi hanno  accettato è proprio di fronte alla casa dove abitavo da ragazzo. Sembrano le pagine finali di Cento Anni di Solitudine, dove soffia il vento e cancella l’esistenza di Macondo..
Se la città di Como è rimasta bella, medievale e freddamente distaccata, Camerlata che rappresenta la periferia è la fotografia di un fallimento sociale. Mura scrostate e negozi chiusi con cartelli SI VENDE sono il segno dell’abbandono di un’intera generazione. Al mattino qui all’ombra, vecchi straparlano di argomenti futili mentre nell’altra  metà della piazza giovani neri si scaldano le ossa col primo sole, muti con gli occhi sul dislpay del cellulare...
Qui c’era la FISAC una fabbrica tessile che dava da mangiare a un migliaio di famiglie. Oggi è stata spianata e sopra le macerie è sorta la cattedrale del XXI secolo, il Supermarket, Ipermaket, il Megamarket che invece di dare soldi alla gente glieli spilla,  e dentro un popolo di zombi che non parla, non interfaccia, non si relaziona, vaga come in stato ipnotico in un non-luogo alla ricerca del prezzo migliore...
Probabilmente lo spostamento dell’ospedale e la sparizione della FISAC hanno contribuito a trasformare un luogo che ricordavo pieno di vita, in un luogo abbandonato dai giovani, con i marciapiedi dismessi, le mura scrostate e sporche, la fila di negozi abbandonati e in vendita, persino l’ufficio postale se n’è andato...
Eh sì, sembra proprio il vento di Macondo...



Per questa ragione ogni mattina se non piove mi alzo e cammino giù verso la città che mi piace tantissimo, al punto che durante le mie solitudini africane, nei pochi momenti di nostalgia che mi prendevano, sognavo la città medievale e le sponde del lago. Città adorata, che non mi ha amato quando ero adolescente, nemmeno quando tornai ricco sfondato, e neppure ora che sono qui, povero in canna. Amore non corrisposto, si direbbe, ma va bene così, io l’adoro e questo mi basta. Scendo dalla Teresa Rimoldi e le prime bellezze che incontro sono la chiesa di San Carpoforo e quella di Sant’Abbondio, le due antiche parrocchie se si contendono il primato. Ma chi è stata la prima chiesa eretta conta poco, quello che conta è il confronto di bellezza e su questo piano non c’è storia. Sarebbe come volre paragonare la Santanchè con la Bellucci, San Carpoforo tutta rifatta, con segni di una antica bellezza, contro Sant’Abbondio fulgida nella sua unicità: cinque navate, due campanili e tutta costruita con pietre di Moltrasio squadrate chiare, precise bellissime...
Ma non sono queste le famose bellezze di Como che sono tre, la rana, la fontana e le tette della Besana. Se trovo il tempo ne parlerò in seguito.




Me ne stavo in silenzio una mattina (tutte le mattine bisognava che stessi in silenzio fino alle 14,00 perchè Linda non sopportava sentire la mia voce “urtante, da bambino” diceva...) all’improvviso appare al mio fianco la sorella che era entrata usando la sua chiave e spaventandomi.
-Mioddio! Cosa ci fai qui? – chiedo
-Devi andare via di qui
-IO? E perchè?
- Per causa tua mia sorella si ubriaca...
-E dov’è adesso?
-A letto...
Che sorpresa. Non ha mai sopportato la mia voce al mattino e si è sempre chiusa nel suo studio per rispondere alle mail. Credevo fosse là...
Un’altra calunnia, un’altra umiliazione. Perchè non è vero che beve per colpa mia. Beve fino alla soglia dell’incoscienza perchè probabilmente le quantità industriali di liquidi che trangugia fanno di lei un’alcolizzata ed io non c’entro nulla.
Al mattino non ricorda cos’ha detto la sera, ma non ricorda nemmeno cos’abbiamo concordato tre giorni fa, e ha anche ampi vuoti  di memoria sulle cose passate. L’aborto, per esempio. Mi obbligò a lasciare il lavoro per portarla in Inghilterra ad abortire perchè non voleva un figlio da me. Sai, quando la tua donna dice che non vuole un figlio tuo, ci vuole un grande amore, un amore grandissimo per non mollare tutto, e partimmo. Adesso dice che le cose non andarono così ma io ricordo l’infermiera gentilissima che mi riempì le mani di preservativi colorati, come dire gentilmente, guarda stronzo che se non prendi precauzioni poi è la donna che soffre. Ma lei ha dimenticato tutto. Ha pure dimenticato la notte in quell’albergo africano in cui la sorpresi a fare la troia con un macellaio irlandese, con le unghie nere, il riporto, che per tutta la serata le aveva cantato canzoni da ubriachi..
Sai, che se te lo raccontano certamente è una sofferenza, e ne so qualcosa; ma se li vedi… Cristo, se li vedi potresti ucciderli, ma lei  dice che non ricorda. Insomma, io che ho vagato per un paio d’anni nel  deserto perchè non avevo mai penasto a cosa potesse essere la mia vita senza lei, che ogni será al tramontare del sole mi veniva un groppo qui con la voglia di piangere, e le volte che ho pianto… tutto questo sarebbe il frutto della mia fantasia e non sarebbe realtà il fatto che il mattino dopo scomparvero tutti e due per andaré in un altro albergo fino al giorno della partenza dell’aereo che li avrebbe riportati in Europa? Fantasia mia il viaggio che fece più tardi in Irlanda per raggiungerlo? Non sarà che questa  pseudo demenza dovuto all’alcolismo sia pure un ottimo espediente per rattoppare la memoria praticando comodi buchi da sostituire con toppe di vuoti di memoria?
Ah, saperlo!



Macbeth:
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life's but a walking shadow, a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing....

Domani e poi domani e poi domani
il tempo striscia, un giorno dopo l’altro,
a passetti, fino all’estrema sillaba
del discorso assegnato e i nostri ieri
saran tutti serviti...



Maledetto Antoni Domingo Perez Carnacion, lo pseudo avvocato che mi ha guidato per districarmi da una manciata di truffatori italiani che mi avevano tolto il mio ristorante. Usandomi in una serie di piccoli espedientucci si è infilato in mezzo per togliermi illegalmente la proprietà. Che stupido sono stato a pensare che sarei riuscito a fare una cosa contro la legge, io che ho vissuto una vita tra le regole e sono quindi un dilettante, ingannevole per giunta..
Maledetto Domingo, in un altro paese sarebbe in galera anche per istigazione al suicidio, che il sangue della mia morte ricada sulla testa dei tuoi figli. Sulla tua no, perchè tu devi rimanere integro a guardare e piangere fino a che gli occhi ti si seccano e lacrime non ne hai più...
Tutta la cosa era partita male. Ero capitato nel residence aperto da un truffatore che era scappato con la cassa di un’assicurazione di Treviso e mi aveva fatto credere che io non potessi avere la licenza per aprire il mio ristorante a meno che non fcessi una società con i suoi parenti e amici. Un Fiscal molto accondiscentente non aveva rilevato termini di una truffa e un giudice troppo tenero (capiscimi ammè) aveva dato loro ragione in prima istanza e per arrivare ad una sentenza della Corte Suprema (che aveva fama di essere corruttibile) ci volevano altri sei anni e i soldi erano finiti. La soluzione era una finta vendita per cacciarli fuori di lì, poi che facessero causa loro, mentre dentro la proprietà ci stavo io. Il discorso non faceva una grinza, fu l’esecuzione che si rivelò un disastro...





Quello che diceva di aver comprato il ristorante si rivolse al giudice per sfrattare quelli che stavano dentro mentre io richiesi indietro tutti i tavoli le macchine e l’arredamento perchè risultavano essere miei. Qui commisi il primo errore perchè su consiglio dell’avvocato amico, mi tenni nascosto per non sollevare sospetti sull’operazione. 
-Quanto tempo devo rimanere fuori dal  mio ristorante?
- Almeno un paio di settimane.
Mio  figlio si trovava a Santo Domingo per le vacanze e mi suggerì di andaré ad abiitare da sua zia, un posto sperduto, senza collegamenti, in una stanza senza luce, senza acqua, senza gas, senza televisione ed internet.
Non te la sto a far lunga: in quella stanza trascorsi sette mesi!! Peggio  che in galera. Nel frattempo questo Domingo Perez, che Dio lo castri, fece tutti i suoi maneggi. Intanto con la complicità  dell’acuasil un misto tra il messo comunale e l’ufficiale giudiziario, si vendette parte delle attrezzature e arredamento che non erano miei e venimmo tutti accusati di furto e truffa (il dossier che presentò l’avvocato di parte era composto di ben 333 pagine!! Roba da ergastolo!)
Ci presentammo per dire le nostre ragioni ma venimmo deferiti alla corte penale ma in prima udienza gli avvocati concordarono sul fatto che l’acuasil gode di pubblica fede, cioè quello che dice lui non si può contraddire a meno che al momento del sequestro  dei beni quelli si fossero fermati per scrivere un elenco  della roba che la forza pubblica si portava via, cosa che non fecero perchè essendo ricercati in Patria, quando videro le guardie ármate se la diedero a gambe come i delinquenti che erano.
Bene, il primo round è nostro, e qui scatta la malafede dell’avvocato che un paio di settimane prima della seconda udienza mi telefona e mi fa:
-Mi ha chiamato il loro avvocato, si ritirano dalla causa, quindi  non c’è bisogno di andaré all’udienza che è sospesa. Io, credulone non mi presento e il giudice che riscontra la presenza degli altri, li assolve tutti ma io vengo accusato di oltraggio alla corte, rebeldía, la chiamano e questo vuol dire che qualsiasi poliziotto ti trovi per strada, ti mette in prigione fino al mattino dopo quando ti porta forzatamente davanti al giudice.
Io non ne sapevo nulla, perchè non uscivo di casa, andavo solo a casa dell’avvocato, poi cominciai ad alzare la voce finchè mi minacciò con la sua calibro nove, poi venni aggredito, mi fecero passare qualche momento di paura, cinque punti nella testa… finchè Linda mi disse, cosa fai lì, molla tutto, questa è sempre casa tua, vieni qui che vediamo… insomma, questa parte la sai.








Qualunque ricerca fai sulla storia di Como, escluso il Monti (Maurizio) e Paolo Giovio che ne scrissero con discernimento, va sempre a finire che le voci si confondono e non sai più se si tratti di indiscrezione o pettegolezzo. Prendi le tre meraviglie: la rana, la fontana, la Besana (una sola parte anatómica di essa) dov’è la storia e dove si è tramutata in leggenda? Ah, saperlo!
La rana che si trova scolpita nel portale sinistro del duomo, fa parte di una formula alchemica scolpita nella roccia come dice il Fulcanelli a cui qualcuno ha amputato la testa per dire che è sbagliata e quindi non va aggiunto il distillato di sperma di Paracelsus, oppure venne decapitata dai milanesi perchè videro in essa il culto pagano della Dea Madre?




E la fontana, è la famosa draghina, creatura metallica che sopravvive a tutti i cambiamenti della piazza oppure è quella dagli spruzzi colorati di Villa Geno?
Non sarà invece che quella legenda della fontana regalata al Bronxs da Rockfeller abbia una porzione di verità?

Nel 1872, un anno dopo la definitiva trasformazione del porto di Como nel "salotto buono" della città, l'imponente fontana era stata regalata alla città da conte Sebastiano Mondolfo, triestino d'origine e milanese d'adozione famoso ai più per aver realizzato la prima linea ferroviaria italiana (la Milano - Monza). Alta poco meno di dieci metri, era decorata con una profusione di najadi, tritoni, cavallucci marini e, sulla sommità, un grande cigno. Ma vent'anni dopo, a causa dei costi di gestione e manutenzione, fu smontata e dimenticata in un magazzino comunale. Finché il miliardario William Rockefeller decide di acquistarla e portarla a New York. Da allora, a ondate, a Como si riaccende il dibattito su come riempire la piazza vuoto. Ma a più di un secolo di distanza non si è ancora trovata una soluzione. (La Provincia)





Se entri in duomo dalla porta dei turista (che poi sarebbe quella della rana) subito ti troverai davanti a tre arazzi pregiatissimi il più importante dei quali, il più nítido, forse il meglio restaurato è quello che rappresenta la proclamazione di Gariberto De Besana a vescovo di Milano. Nel 1100,  abbandonò il castello che aveva eretto nel punto più alto della città di Besana che andò in rovina, qualcuno dice, depredato dal popolo. Ebbene, davanti al vescovo nell’arazzo è raffigurata una bella donna dal seno prosperoso a braccia larghe, forse per chiedere qualcosa. Sarà questa la Besana oppure è la moglie popputa del custode del tempio voltiano, che essendo un po’ irrequieta fece molto scalpore anche per aver posato per la pubblicità del panettone?
Ah, saperlo!




Hannover è una città bellissima e moderna, forse troppo per il mio carattere ormai irreparabilmente sudamericano. Ci sono arrivato nel mezzo del freddo di Gennaio per raggiungere mio figlio Carlo dopo che Linda mi aveva praticamente buttato fuori di casa. Ero tagliato fuori dal mondo senza Facebook che mi aveva sospeso per un eccesso di post mandati in giro per chiedere aiuto agli “amici”. Avevo bisogno di tempo e l’ho chiamato dicendogli che sarei rimasto da lui qualche giorno per salutarlo prima di ripartire. Dice sì, che bello, vieni a casa che dormiamo insieme in camera mia. Arrivo all’aeroporto e c’è lui, bello come il Sole che però mi dice, sai papà, il compagno  della mamma non ti vuole in casa… ma tu non gli avevi detto niente? Sempre così il mio Carlo, evanescente, inaffidabile, alcune volte bugiardo ma adorabile! Insomma sono rimasto alloggiato in un posto orrendo e quando lavorava andavo in giro da solo e tutta questa tecnología spalmata su una città avveniristica mi ha fatto venire in mente Metropolis di Friz Lang. Entravi in banca e c’erano una ventina di persone che smanettavano con macchinette per mettere o levare soldi, agli sportelli una o due persone. Il bar della mattina era una specie di salone con le macchine del caffè su di un lato dove ognuno si faceva la miscela preferita, poi passava davanti ad un enorme espositore che si prendeva tutta una parete e sceglieva la brioche di suo gradimento prima di passare alla cassa. Tutto senza una parola, senza intereagire con il prossimo, senza uno sguardo, un’espressione, un saluto… Metropolis. Se questo è quello che ci attende…




Gentili signori,
Sono un giovane autore esordiente
ho messo on line una ventina di romanzi
ho registrato 250.000 letture gratuite
ho riceuto sul mio profilo FB 200.000 like documentati
e tante, tante manifestzioni di incoraggiamento.

Ora, poichè ho scritto una cosa nuova
ed ho compiuto 74 anni
vorrei sollecitarvi a leggere il mio manoscritto
perchè questo giovane autore esordiente
tra un poco vi lascia
rimanendo inedito
e poi chissenefrega di essere pubblicato postumo?
(non so se mi piego)

Vi allego il mio lavoro.
Grazie per l'attenzione.

Aldo Vincent

In questi anni ho scritto molti libri, 3 sulle teorie del McLuhan, 6 sociologia delle folle 8 sui miei viaggi, e altre sciocchezze. Li trovate qui: https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=aldo+vincent




 Poi c’è l’Alfredo…
Esiste tutta una letteratura per descrivere quegli esseri insignificanti che si inseriscono nel gruppo senza alcun valore, senza un perchè. Rimangono lì e basta. Ma per fortuna che c’è il Riccardo, che da solo gioca al bigliardo… e nei romanzi degli anni sessanta, nei film, nelle rapprentazioni teatrali c’è sempre l’inetto, l’insignificante… noi avevamo l’Alfredo.
Passavamo notti intere seduti per strada a raccontarci cose ridicole, lui ogni tanto si inseriva con qualche freddura che non faceva ridere…
Andavamo tutti a ballare, si facevano pure le gare, lui ci seguiva e a furia di tampinare qualche sfigata come lui, finiva in mezzo alla pista ad accennare qualche mediocre passo di danza. C’era da fare a botte, lui stava dietro, giocavamo a bigliardo per soldi, lui segnava i punti sottolineando i tiri migliori con frasi fatte, rifatte, riciclate, risentite, sempre quelle. Tu ti chiederai, ma se era così stonato perchè lo tenevate nella compagnia? La risposta non c’è in natura. Lui stava lì senza un perchè ma non era dannoso.
Eravamo in tanti, eravamo arrabbiati e molto, ma non conoscevamo contro chi e nemmeno il perchè, questo lo avrebbero verbalizzato quelli che si sarebbero incazzati dopo di noi. Noi mettevamo i jeans appena arrivati dall’America, ci chiamavano Teddy Boys e forse eravamo incazzati per quello. Capitava di notte che qualcuno più aggressivo di altri, si fermasse con l’auto (erano più  grandi di noi quattordicenni) e ci insultassero tentando di aggredisci, e noi scappavamo come galline gridando i nostri insulti. Fino a che un giorno, a Bellagio, in una vecchia balera abbandonata dove stavamo provando passi di danza insieme con Rolando, un panettiere di Cermenate campione di Rock a Nova Milanese, si fermò uno in vespa e cominciò ad insultarci in modo aggressivo. Noi tutti ammutoliti finchè Rolando, che era molto più vecchio di noi e che veniva da un  paese famoso per le risse, ci  disse: - Gente, lui è grosso, ma voi siete in otto. Perchè non lo pestate?
Fu la formula magica che cambiò la nostra vita: se eravamo in otto i prepotenti eravamo noi. Che scoperta!
Furono anni ruggenti e credevamo di aver capito tutto, fino a una notte su alla Capannina, un night porcellino in mezzo ai boschi di Breccia. Le ballerine si esibivano, noi facevamo casino e un terroncello smunto si lamentò. Gli rispose Ercolino, ma forse si chiamava in un altro modo. Si era aggregato a noi col suo amico panettiere di Cermenate e quando  c’era da attaccar lite andava avantu lui (Alfredo, sempre defilato, beveva a parte per non pagare il conto salato). Ercolino disse, ehi terun, se non ti va la cosa puoi pure andaré fuori e lo smunto rispose col suo accento napoletano, ma esci tu. Pronti! Fece l’Ercolino ma aggiunse, ti aspetto fuori. Evvai! Un’altra rissa con questi quattro sfigati. Uscirono prima i tre compari, poi uscimmo noi ed Ercolino rimase di fronte alla porta con le mani sui fianchi aspettando il malcapitato che dopo un poco uscì, guardò per terra e spense la sigaretta con la punta della scarpa di vernice.
-E allora? – chiese con un sorriso beffardo l’Ercolino
-E allora, questo! – rispose il terronciello estraendo la berta e tirandogli due colpi al petto. Poi con la pistola spianata salì sull’auto dei complici che ripartirono a luci spente.
Era finito un periodo, lo dissi il sabato successivo, quando ci ritrovmmo per andare a ballare e qualcuno mostrò sotto la maglietta la pistola cromata.
-No, ragazzi, così non va. Io non vengo – e li persi di vista.

Anni dopo, mi ero trasferito a Milano, facevo il fotografo e con Linda tentavamo di vivere insieme tra pochi soldi e tanti problemi. Abitavamo in un buco poco più grande di una roulotte ma eravamo così felici!
Suona il telefono, ciao Aldo come stai, è l’Alfredo. Bene grazie, come avrà avuto il mio telefono questo, e tu? Sai ho un problema (e ti pareva) ed ho pensato subito a te (ma guarda ) che sei l’unico amico che mi è rimasto (ma guarda un po’) in nome della nostra antica amicizia… (Beh, antica, poi)
-Insomma, Alfredo, cosa vuoi?
-Devo parlarti, è questione di vita o di morte, vengo da te domattina dammi l’indirizzo
Questo è il momento delle decisioni da prendere velocemente. Vaffanculo e appendi. E invece no, gli dò l’indirizzo e si raccomanda: arriverà presto. Ti aspetto. Arriva alle sette con una tizia mai vista che mi dice essere la sua fidanzata. Cristo, dev’essere una cosa molto grave, dimmi:
-Ecco, io e Tiziana (non ricordo il nome forse si chiamava proprio così) ci sposiamo tra tre mesi…
-Auguri! Ma che bella notizia! Ma me la potevi pure dire al teléfono…
-Non scherzare, è una cosa seria. Insomma, ha avuto un ritardo, è andata a fare le analisi ed abbiamo scoperto che è incinta.
-Bene, e allora?
-Allora non possiamo sposarci tra tre mesi con lei incinta di cinque mesi o forse sei, sai, si vedrebbe la pancia…
-Sposatevi prima
-Sempre voglia di scherzare, tu. Cosa diciamo in casa?
-Dite che è incinta!
-Ma dai, sai lo scandalo, poi quelli di Camerlata che chiacchierano. Non si può fare
-E allora?
-Ho deciso per l’aborto. Stamattina abbiamo l’appuntamento e andiamo ad abortire
Ma davvero?
-Certo, non abbiamo alternative
-Ma cosa dici? Ma ti rendi conto di cosa state facendo? E inútilmente, perchè il bimbo nascerebbe che voi siete già sposati, avrebbe il tuo cognome, la tua ragazza verrebbe ricoverata come signora Airoldi, il tuo cognome, perchè affrontare tanta sofferenza, e il trauma per lei. Ti rendi conto?
- Mi rendo conto, ma vogliamo fare le cose in regola…
-E l’aborto ti sembra in regola? Ma sentiamo cosa dice la tua fidanzata
Ma lei piangeva a testa bassa e non ci fu verso di farle esprimere un pensiero, una sillaba.
-Va bene, facciamola finita. Cosa dovrei fare?
-Poco, in verità. Abbiamo appuntamento alle nove, diciamo che verso le dieci abbiamo bisogno di un posto dove lei possa riposare e se non succede nulla, salvo complicazioni, noi torniamo a Camerlata prima di será…
-E questo lo chiami poco? Mi sembra complicità in un aborto, roba da galera, se permetti
-Non te l’avrei chiesto se non fosse in nome della nostra antica amicizia
La nostra antica amicizia! La mia antica amicizia con l’Alfredo. Roba da matti:
-E va bene. Io e Linda non ci  saremo. La chiave è sotto il tappetino davanti alla porta, entrate fate quello che dovete fare, e quando uscite rimettete la chiave sotto lo zerbino. Intesi?
Ci lasciammo senza sorrisi, lui imbarazzato, io disgustato.
Rientrammo la sera e trovammo i segni che erano stati lì, lui si era fatto un panino prendendo dal frigorífero, lei forse un tè al limone.
E non sentimmo mai più parlare di loro.





Il sindaco di Como ha proibito l’accattonaggio in città ma non ha proibito la musica per strada. Succede quindi in giornate di sole come queste, che tu attraversi la città foderata di música. Oggi per esempio in riva al lago c’erano le celebrazioni del 25 aprile con tanto di fanfara, ma un poco più in là alcuni discendenti degli Intillimani soffiavano nei loro flauti ed appena finiva l’eco della loro musica iniziavano canzoni della resistenza. In Piazza Cavour c’erano un paio di virtuosi che riproponevano le canzoni dei Beatles e prima del Duomo un ragazzo suonava da solo the Wall dei Pink Floyd. Camminavi un poco e all’inizio di via Vittorio Emanuele una ragazza si esibiva con voce e chitarra basso, mentre più avanti una figliola col piano elettrico eseguiva Mozart. In cima alla via, un  giovane picchiava su un’arpa Birmana e arrivavi fino all’abside di San Fedele avvolto nelle sue note…
Quanto è bella questa città, e quanto la amo, non riamato!











Se vuoi leggere la storia dall'inizio
devi andare qui:
http://vincentultimo.blogspot.it/2018/04/ultimo-viaggio-prima-parte.html

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